Storia di un bambino ai tempi della crisi

Un bambino ai tempi della crisi

In tempi di crisi diviene sempre più difficile formare una famiglia. Il perché è presto detto. Tutti i ragazzi alle soglie dei trenta, nella stragrande maggioranza dei casi, hanno lavori precari con contratti a termine, a progetto, a tempo determinato; insomma, in qualsiasi modo li vogliate chiamare, restano sempre accordi temporanei e in aggiunta, di poco valore economico. Questa tendenza, ormai consolidata da anni nel mondo del lavoro italiano, ha ripercussioni devastanti sulla società e sulla costruzione delle future famiglie del bel paese. Hai voglia a sentire il Papa che ribadisce la necessità di creare famiglie solide, con valori saldi e figli educati secondo il buon senso. Come dargli torto, ma il problema è a monte. Nessuno pensa alla possibilità di crearsi una famiglia alternativa, bensì crearsi una famiglia e basta.
Quando un rapporto lavorativo prevede una retribuzione minima, di meno di mille euro al mese, diviene impossibile far quadrare i conti, tra casa, spese domestiche e soprattutto, bisogni personali. Ancor peggio quando si chiede un mutuo in banca; quante banche accordano un mutuo a chi ha poche garanzie con contratti precari?

Difficile conciliare il lavoro precario e la decisione di avere un bambino

Da qui l’aiuto provvidenziale dei genitori. Ma al di là della frustrazione di non poter provvedere autonomamente alla propria emancipazione c’è la possibilità che gli stessi genitori non possano correre in soccorso ai figli.
La situazione è complicata e siamo certi che la frustrazione è ben divisa tra donne e uomini. Tramite alcune ricerche sul mondo del precariato giovanile, abbiamo scoperto la storia di una ragazza che ci ha molto colpito. Una racconto struggente che colpisce l’animo femminile nel profondo.
Lei è una ragazza napoletana di 29 anni che a seguito di una scoperta molto delicata, decide di scrivere una lettera al Presidente della Repubblica. Al Capo dello Stato racconta di aspettare un bambino e dopo un primo momento d’istintiva felicità si accorge che la meravigliosa sorpresa può trasformarsi in una tremenda angoscia. Con suo marito, lavoratore precario, riesce a portare a casa a malapena 1300 euro. Insufficienti per provvedere ai mille bisogni di un bambino e alle necessità di casa, anche quando queste possono essere ridotte all’osso.
I costi che riguardano gli articoli per la prima infanzia, infatti, sappiamo essere molto alti perché le aziende del settore speculano sulla premura dei genitori. La nostra amica, dunque, dopo aver analizzato tutti i dettagli della sua condizione, decide a malincuore di rinunciare al bambino perché, nella pratica, non ha i mezzi per farlo crescere in modo dignitoso. Non è arrendevole, anzi. Soffre e anche pensando ad eventuali agevolazioni per coppie in difficoltà con figli, sa che questo non basta. E’ piena di amarezza la lettera. Dei mille sacrifici fatti da ragazza quasi laureata con lavoretti umili alle spalle e l’umiliazione di chiedere aiuto ai parenti semplicemente per avere un tetto sulla testa, non resta nulla per accogliere un’altra persona in famiglia.

Quando la scoperta di aspettare un bambino è tristezza e non felicità

Tra le righe, oltre alla sofferenza per la sua condizione comune a tantissimi ragazzi della sua generazione, riecheggia anche una velata critica verso continui proclami del governo che annunciano l’introduzione di misure per la famiglia, con agevolazioni e bonus per le neofamiglie che decidono di avere bambini, ma a conti fatti, gli aiuti si riducono sempre a qualche sconto all’Asl o qualche altra piccola briciola di aiuto. Tutt’altro è parlare di dignità della crescita del bambino, con tutto ciò di cui ha bisogno non solo quando è neonato ma anche quando comincia a diventare grande. Anzi, ancora più critica diviene la situazione quando nostro figlio si confronta con i compagni e con il loro eventuale benessere. In questo scenario è naturale che l’Italia diviene un paese a crescita zero. Un paese con pochi bambini perché le famiglie non possono permetterseli. Al momento la nostra amica riflette sul da farsi. La struggente decisione non l’ha ancora presa, ma in un modo o nell’altro, la sua vita non sarà mai più leggera e semplice come la prima. Chissà che penserà il Presidente alla lettura di quelle righe così reali e drammatiche. A quello scorcio di vita che nei palazzi della casta politica e dell’alta società non è intravista nemmeno da lontano. L’auspicio è che qualcosa cambi, perché come dicono molte menti illuminate, ma adesso si uniscono anche quelle più semplici, siamo davvero vicini ad un punto di non ritorno. Voi, che ne pensate, come vedete il nostro futuro e soprattutto quali parole possiamo trovare per la nostra amica?

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